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Torre Annunziata, 1869-1884. Istanze e disposizioni per l’estrazione dell’arena per zavorra dei bastimenti.

Il porto di Torre Annunziata, a quanto sembra, per la sua particolare posizione orografica ha sempre sofferto delle problematiche legate all’insabbiamento dei suoi punti di approdo, causato dalle soventi libecciate che soprattutto durante il periodo invernale flagellano il litorale torrese. La problematica dell’insabbiamento della rada torrese venne particolarmente riscontrata dalla metà dell’800, quando vennero ultimati i lavori di costruzione di un primo tratto della banchina di Ponente, punto di attracco riservato soprattutto ai bastimenti di grosso tonnellaggio adibiti al trasporto di dettare alimentari e dei grani che dovevano alimentare l’esponenziale crescita dell’industria locale dell’arte bianca, la cui prima messa in opera ebbe inizio nel 1836 e ultimata agli inizi del 1841, ma danneggiata e resa inservibile proprio da una Libecciata nel giugno dello stesso anno.
 

 

Nei decenni a seguire, compresa l’estrema importanza per l’economia locale assunta dal punto di approdo torrese si diede mano alla progettazione di nuove opere portuali le quali dovevano servire ad ampliare maggiormente lo scalo, progettazioni che andarono avanti fino al 1867 quando venne finalmente approvato un disegno dalle caratteristiche tali che potessero in ogni modo offrire la certezza della mitigazione degli effetti delle libecciate nella rada e di una maggiore sicurezza per tutti i legni che ivi dovevano trovare riparo o che comunque fossero approdati per operare il carico e lo scarico delle merci. Un cospicuo carteggio conservato presso l’Archivio Storico Comunale di Torre Annunziata testimonia quanto sia stata annosa in quell’epoca la problematica dell’insabbiamento del molo di Ponente, il quale non era ancora munito del suo lungo braccio di protezione, e di quanto essa inficiasse sul regolare e sicuro funzionamento del porto. Infatti nel 1869, come è descritto nella prima parte di questo carteggio, con un’istanza avanzata dal sindaco di Torre Annunziata Vincenzo Morrone, alle autorità portuali superiori di Castellammare di Stabia da cui dipendeva il punto di approdo, si instaura un lungo scambio di richieste e proteste con cui è ampiamente descritta la necessità di asportare dal molo di Ponente la sabbia depositata dalle tempeste invernali, la quale però, su proposta del sindaco torrese, poteva essere utilizzata come materiale di zavorra per il bilanciamento dei Bastimenti che venivano ad operare nel porto di Torre Annunziata, “arena” e materiali che solitamente erano estratti dal litorale prossimo a Capo Oncino, quindi rientrante nel comune di Boscotrecase e quello del Rione Grazie. La pratica segue di pari passo la costruzione del nuovo porto, il quale trova la sua ultimazione il 14 giugno del 1871.

Con l’ultimazione del nuovo molo di Ponente, munito finalmente del suo lungo braccio di protezione, il problema legato all’insabbiamento della rada non si dimostrò del tutto risolto, tanto che l’Amministrazione comunale torrese continuò fino al 1884 a farlo presente e a richiedere una continua opera di dragaggio e di smaltimento delle sabbie che risultavano accrescersi in particolare negli angoli orientali dello scalo. Tuttavia, invece di accentrare sul molo la sabbia estratta dai fondali la quale andava a creare un notevole intralcio per il carico e lo scarico dei vettori, con l’adunanza del Consiglio Comunale del 2 maggio 1884 venne proposta con una spesa di lire 400,80 da sostenersi dal Comune di Torre Annunziata, la realizzazione negli angoli del porto di particolari “tavoloni per la zavorra” dove era possibile depositare sia le sabbie estratte dal porto che il materiale di zavorra rilasciato dai legni prima delle operazioni di carico.

E’ inutile dire che a distanza di oltre un secolo, la problematica dell’insabbiamento del porto di Torre Annunziata è ancora piuttosto evidente e che nonostante tutte le opere portuale susseguitesi e aggiuntesi fino ad oggi, che non sono poche, e come dimostrano i notevoli accumuli sabbiosi che interdicono anche in modo evidente alcuni punti dello scalo, questa non sembra affatto aver trovato una soluzione.

Vincenzo Marasco, Centro Studi Storici “Nicolò d’Alagno”.