Storiografia di un ceppo familiare di imprenditori torresi: i Crescitelli

di Vincenzo Amorosi.

  Arma: di rosso al leone d’oro coronato dello stesso, con una fascia azzurra in divisa attraversante sul tutto. Lo scudo sannitico timbrato da un elmo avente come cimiero cinque piume degli smalti dello scudo.

 

Famiglia insignita dal titolo di “distinta civiltà” si vuole originaria del Comune di Altavilla Irpina (Av). Già dal 1574 al 1600 troviamo un Bernardino ed uno Scipione Crescitiello sindaci di detta Università. Della stessa famiglia appartengono il notaio Tommaso Crescitelli, morto nel 1795, e Giacomo Crescitelli, arciprete della Chiesa Collegiata di S. Maria Assunta, una bellissima costruzione del sec. XVIII. Inoltre due medici cerusici, Francesco, morto nel 1808, e Salvatore Crescitelli, morto nel 1859, sono della stessa famiglia, come pure Gaetano, sindaco dal 1820 al 1821, Giovanni e Bartolomeo Crescitelli, rispettivamente sindaci di Altavilla Irpina, il primo dal 1825 al 1828 ed il secondo dal 1873 al 1875.

Un altro personaggio degno di nota fu il canonico Raffaele Crescitelli. Uomo di particolare cultura classica ed esperto latinista, avrebbe dovuto collaborare con il patriota Federico Torre (1815-1892) alla compilazione del vocabolario latino–italiano, sorpreso dalla morte avvenuta il 20 settembre del 1870, fu sostituito dal filologo canonico lateranense Luigi della Noce (1808-1885). Inoltre il governo di allora avrebbe voluto che Raffaele Crescitelli diventasse vescovo di Jesi, ma, notato l’estrema tendenza del soggetto verso idee liberali, la sua nomina non ebbe più seguito. Inoltre, il 21 luglio, un altro personaggio illustre di questa famiglia è ricordato nel calendario martirologio romano: Sant’Alberico Crescitelli.

Alberito, quarto di undici figli di Beniamino, chimico farmacista, e di Degna Bruno, nacque ad Altavilla Irpina il 30 giugno 1863. Fu un sacerdote cattolico missionario morto in Cina durante la rivolta dei Boxer, il 21 luglio 1900 a Yentsepien e santificato da Papa Giovanni Paolo II il 1° ottobre del 2000. Famosa la sua posizione critica nei confronti del Governo e lo Stato Italiano del fine ‘800, risentimento vivissimo causato dalla morte suicida del fratello Bruno, tenente del Regio Esercito. Infatti il Codice Militare per gli Ufficiali di allora, onde evitare la vergogna di una degradazione qualora si rifiutavano di battersi in duello, prevedeva come scelta il suicidio, il giovane tenente scelse quest’ultima dimostrando di non temerla, pur di restare fermo nelle sue convinzioni di un inutile spargimento di sangue. Con il cavaliere avvocato Bartolomeo Crescitelli, morto nel 1818, la famiglia si arricchisce di un altro personaggio “chiave”. Esiliato dopo il fallimento della Repubblica Napolitana, Bartolomeo fu ordinato da Gioacchino Murat Cavaliere dell’Ordine delle due Sicilie. Compare infatti fra i cento aggiunti dal re ai cinquecento già esistenti con decreto del 4 novembre 1809 per le sue alte benemerenze politiche. Con la sorella dell’avvocato, Irene Crescitelli, sposa di Ferdinando Capone imprenditore minerario di zolfo in Altavilla, la famiglia s’innesta con quella dei Capone. Dall’unione nacque il 16 febbraio 1846 Federico Capone (+14.6.1918), pioniere dell’aviazione, scienziato e

Antico documento privato (coll. Capone)

deputato legislativo nel 1882 e nel 1886. Fondatore del quotidiano Pro Patria, autore di libri dal contenuto politico, come Ordinamento politico di uno Stato e Disegni di legge, nonché finanziatore di numerosi scavi archeologici ad Ercolano e Pompei. A pag.1169 del Libro d’Oro della Nobiltà Italiana, vol. XII, ediz. XI del 1950/1957, si legge:

«famiglia napoletana residente a Napoli e ad Altavilla. Di antica nobiltà dette alla chiesa, alla toga e alle armi numerosi ed illustri personaggi. Fu compresa fra le famiglie nobili della Città Regia di Ariano di Puglia riconosciuta con decreto di Carlo VI del 23 novembre 1720.»

Lo stemma ufficiale dei Capone è il seguente: d’azzurro alla campagna di verde sostenente un leone d’oro ed un gallo di nero con la testa rivoltata, affrontati ed accompagnati nel cantone destro del capo da tre stelle mal ordinate di argento. Scudo timbrato dalla corona di nobile.

L’attento studio filologico dell’arma mi suggerisce tra l’altro una interessante riflessione dalla quale non posso esimermi nel darne una spiegazione. Essendo le due figure araldiche quasi in confronto e con un preciso significato ossia: il gallo simbolo del guerriero ardito, vigile, pronto alle armi, consacrato a Marte ed il leone simbolo del coraggio, della forza. Tuttavia appare curioso che uno stesso concetto venga praticamente ripetuto su uno scudo. Tre figure hanno per antonomasia un portamento maestoso e non compaiono mai insieme. Il leone, il più forte degli animali, il gallo pettoruto ed il caprone, tutti simboli di coraggio, di forza e di vigore. In più il gallo in questo caso ha la testa rivoltata in presenza del leone e mira tre stelle, come a voler mitigare il doppio concetto di coraggio con il raggiungimento delle cose superiori attraverso azioni sublimi, volute; quest’ultime infatti ravvisano il significato araldico delle stelle. Il motivo e la spiegazione dell’esistenza bivalente delle figure invece, secondo il mio giudizio, è la seguente: credo che la famiglia Capone abbia voluto raffigurare nello stesso stemma il legame con la famiglia Crescitelli. La presenza del leone, arma primogenita, lo giustifica chiaramente evitando così la partizione verticale dello scudo per non realizzare come stemma di origine un’arma maritale. Inoltre si nota come lo scudo antico raffigurato dal documento riporti in cima la dignità di distinta civiltà, concessione già acquisita dalla famiglia con il possesso di questo tipo di stemma da oltre cento anni. In seguito con la delibera e l’approvazione della Consulta Araldica del Regno i Capone ebbero l’uso del titolo di nobile, come riportato dalla pagina del Libro d’Oro citata poc’anzi nell’edizione del Collegio Araldico. E’ proprio con il cavaliere Bartolomeo Crescitelli che il ramo di detta famiglia si impiantò nel territorio vesuviano favorita dal legame con i Capone che si stabilirono definitivamente nella villa Borrelli sita in via Nazionale a Torre del Greco. Infatti Cosimo Giuseppe Crescitelli nato il 1871 ad Altavilla Irpina, pronipote del cavaliere, si accasa in Torre Annunziata all’inizio del 900 diventando uno dei primissimi pionieri dell’arte pasticcera torrese.

Nell’ interessante blog dell’amico Antonio Papa, Torresi Memorie, si legge tra l’altro una curiosa notizia:

«…tante volte ci siamo chiesti, specialmente noi uomini, chi avesse inventato la famosa raccolta a punti che costringe le nostre donne a fare spesa sempre allo stesso punto vendita per riempire la scheda cartolina cui è stata affidata in cambio di premi o sconti vari. Su Il Risveglio, rivista del secolo scorso, finalmente abbiamo trovato il primo indizio sul responsabile almeno per Torre Annunziata. Trattasi della Ditta Giuseppe Crescitelli, autentico laboratorio di pasticceria in primis. Nel negozio ubicato in Largo Croce solitamente ricordiamo Crescitelli nell’ultimo negozio, ancora oggi ricoperto dall’insegna, di fronte alla discesa dell’Annunziata. Giova però ricordare che altri esercizi Crescitelli, tra cui Bar, Coloniali e Pasticceria, erano stati aperti a Torre dalla laboriosa famiglia, giunta ad inizio secolo da Altavilla Irpina, nei cui esercizi, oltre ai figli di Giuseppe, lavoravano anche un discreto numero di operai. Possiamo definire Giuseppe Cosimo Crescitelli uno dei primissimi pionieri dell’arte pasticcera torrese, certamente quest’idea della raccolta a punti non ha eguali come originalità, trattandosi di un’epoca difficile a ridosso della Prima Guerra Mondiale, con lo spettro della crisi che iniziava ad aleggiare nella cittadina torrese e non solo.»

La pasticceria Crescitelli in una fotocartolina degli anni ’50. Fonte: Collezione Marasco B827

Inoltre nei pressi del Municipio di Torre Annunziata si ha memoria della fabbrica di confetti e cioccolato dei F.lli Crescitelli S.r.l. il cui progetto di allestimento fu espletato dall’allora giovane prof. arch. Alison docente della Federico II di Napoli.

Comunque il figlio di Giuseppe Cosimo, Francesco Crescitelli, commercialista, nato nel 1914, sposa felicemente Anna Racconto, nata nel 1929 a Poggiomarino, figlia di Alberto, contitolare con il figlio Andrea, della ditta FARA Fabbrocino & Racconto (Molino e Pastificio) a Torre Annunziata  (NA), Marchio d’impresa registrato con n. 95670 e depositato il 5.3.1949 con n.949/49.

Etichetta Manifatture di Maccheroni Fabbrocino & Racconto. Dal web.

 

La famiglia Crescitelli con questo bel legame familiare si proietta indirettamente nel mondo della imprenditoria dell’arte bianca, grazie alla lungimiranza del commendatore Alberto che recupera insieme al commendator Ricciardi i ruderi di un vecchio mulino, il Corsea, distrutto nel 1943 dai tedeschi in ritirata acquistandolo dalla Società Anonima Mulini. Il concetto d’impresa che aveva Alberto Racconto lo portò a realizzare un sogno bellissimo, per se e per la città di Torre Annunziata. Insieme all’ingegnere Pastena incominciò a lavorare per riqualificare il vecchio mulino e trasformarlo in un grande cine-teatro, il Metropolitan, inaugurato poi negli anni 50. A Poggiomarino invece creò l’Eliseo e a Scafati il cinema Odeon.

Il Mulino Corsea in una veduta dei primi anni ’30. Fonte: Fonte: Collezione Marasco B832

Lavoro, cultura e arte queste erano le tre “muse” ispiratrici del commendatore Racconto e certamente il buon Alberto, prodigo com’era, non le negò ai suoi concittadini.

Alla morte del consocio, commendatore Ricciardi, la struttura diventa proprietà della società Racconto & Co che riesce a portare sul palco oplontino da Totò a Nino Taranto, dalla Lollobrigida alla Loren, da Mike Bongiorno a Modugno. Opere liriche, operette vanno in scena ininterrottamente; Torre Annunziata è tra le prime città a presentare il cinema scope e anche Dino De Laurentiis la sceglie per la prima di Jovanka e le altre.

Teatro Metropolitan, seconda metà anni ’50. Fonte: Fonte: Collezione Marasco B482

 

La figlia di Alberto, Anna Racconto Crescitelli, contribuì ad alimentare quest’aria di cultura, di apertura al mondo dell’arte. Lei pittrice estremamente sensibile sin dall’infanzia nutrì questa passione, studiò al collegio del Sacro Cuore di Gesù a Roma .ed incominciò a dipingere negli anni 50. Dopo un periodo iniziale figurativo classico si accosta al genere neofigurativo con punte di verismo espressionista. Le opere  sono realizzate con olio, tempera, acquerello, china, inchiostri e tecnica grafica. A recensire i suoi dipinti ad olio sono stati critici del

Alberto Racconto

calibro di Piero Girace, Carlo Barbieri e Salvatore Di Bartolomeo. Ha esposto i suoi quadri in giro per tutta Italia. Tra le sue mostre personali ricordiamo: Galleria La Barcaccia di Napoli; Galleria Michelangelo di Firenze; Galleria Art Club di Roma; Galleria d’arte San Marco di Roma; Palazzo delle Esposizioni di Roma, e ha vintoanche il Premio Sulmona. La Loren partecipò a una sua mostra allestita presso il Circolo della Stampa di Napoli. Racconto Crescitelli Anna compare nel Dizionario Bolaffi degli artisti italiani del XX secolo.

Con l’avvento delle videocassette e con la crisi della cinematografia il tracollo finanziario arriva nella prima metà degli anni 80. Le strutture e la società Racconto & Co seguono il declino socio economico della città stessa, condannata ad un progressivo impoverimento d’iniziative produttive favorita anche dalla fuga di capitali e dalla mancanza di lavoro.

L’architetto Giuseppe Crescitelli, un erede della famiglia Racconto-Crescitelli comproprietaria del Metropolitan, in più occasioni ha parlato della triste conclusione del sogno del nonno materno e del disagio vissuto in questi anni per l’abbandono del cine-teatro. In un’intervista rilasciata alla giornalista Paola Perna l’architetto ci dice che la società è al 49% di proprietà  dei Crescitelli e i cugini Alterio, mentre al 51% è dei discendenti dello zio, Andrea Racconto fratello della madre Anna.

Anna Racconto e Sophia Loren

«Negli anni abbiamo presentato alcuni progetti di riqualificazione – continua Giuseppe Crescitelli – anzi già proprio mio nonno il commendatore Alberto, poco prima della chiusura, aveva cercato di prendere contatti con alcuni imprenditori per trasformarlo in un locale commerciale, una Standa, ma la cosa non andò a buon fine. Noi lo abbiamo ereditato già in piena crisi della cinematografia e inutili e inascoltati sono stati i progetti da noi presentati per la riconversione in un centro polifunzionale. A metà degli anni ’80, poco dopo la chiusura dell’edificio, lo stesso è stato vandalizzato diverse volte. È stato portato via tutto quello che poteva essere rivenduto. Psicologicamente  ho voluto cancellare tutto, avendo vissuto un disagio profondo per la nostra intimità familiare violata. La dignità dei miei avi è stata violata in ogni modo: i ladri hanno razziato, saccheggiato, bruciato. Se le mura del teatro potessero parlare, racconterebbero di tutte le offese possibili. Io non ho il coraggio di varcare quella soglia. Mia madre Anna adorava quella casa e quello che c’era rifletteva la poliedricità dei suoi interessi. Infine  la mia speranza è davvero che qualche imprenditore decida di sposare qualche progetto di recupero e ridare dignità alla struttura per riportarla ai vecchi splendori.»

Un doveroso ringraziamento va all’amico architetto Giuseppe Crescitelli che ha fornito al sottoscritto numerose indicazioni di carattere genealogico, accompagnate da diverse fotografie provenienti dalla sua collezione privata.

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